PIETRAPAOLA CENNI STORICI
a cura di Mons. Alfonso COSENTINO

Pietrapaola: una manciata di case modeste e vetuste aggrappate attorno ed ai piedi di una maestosa rupe. Quasi gregge brulicante, immobile e silenzioso, compatto per vincere paure aucestrali e per trovare il coraggio di vivere la miseria dell’abbandono e dell’isolamento. Uno dei tanti piccoli paesi interni della nostra terra di Calabria? Si e no! Lo è perché è ben dodici chilometri lontano dall’unica principale arteria di comunicazione, la nota infausta SS 106, ed è come accovacciato in una non ben e individuata conca, nascosto allo sguardo di chi lo volesse cercare da lontano. Non è come gli altri paesini perché ha delle caratteristiche sue proprie. Al dilà delle abbondanti macchie boschive di castagneti e querceti, che, a monte, fanno da corona all’agglomerato delle abitazioni, e aldilà della grande distesa del verde argenteo delle folte chiome degli ulivi, che ai suoi piedi si allunga nella vallata fino al mare, aldilà di tutto ciò, a caratterizzare fortemente il sito di questo paesello c’è la presenza massiccia della roccia, della rupe. Scenario straordinario, unico si presenta a chi arriva a Pietrapaola: una maestosa imponente rupe centrale che sovrasta il centro abitato, e alla cui base si aggrappano le casupole in un slancio di rifugio e protezione quasi a formare un tutt’uno di resistenza alla violenza del tempo. Rupe castello è chiamata questa particolare montagna rocciosa, che si identifica col paese, perché in cima ad essa, in un vasto pianoro, permangono ridotte vestigia di quello che la tradizione o la legenda, ma non la storia documentata, afferma essere stato il castello del Signore del luogo. Rupe dall’aspetto forse minaccioso, ma sempre amica. Lungo i secoli, dalla pur scarsa documentazione e a memoria d’uomo non risulta essere stato mai registrato alcun danno alle persone per eventuali movimenti ed assestamenti della realtà rocciosa. L’ultima volta, alcuni decenni fa, la rupe ha brontolato minacciosamente, ha fatto una scrollatina, ha sparso tanta paura e tanti detriti, a schiacciato qualche attrezzo di lavoro, ma ha risparmiato le persone, pur essendosi verificato questo evento in pieno giorno e su un tratto di strada cittadino, abitualmente frequentato da tanta gente. Adiacente al massiccio centrale si sviluppa un altro imponente costone della stessa natura di roccia ma più frastagliata e più logorata dal tempo e dalle intemperie in quasi ardite espressioni d’arte. Questo costone è chiamato San Salvatore e contiene in una parte preminente la cosiddetta grotta del Principe. E’ un chiaro esemplare di arte rupestre e ben merita per l’ampiezza ed il numero dei vani, l’attribuzione di principesco nel complesso delle grotte scavata nello stesso costone e certamente abitate da indigeni. Un richiamo geografico storico di notevole spessore viene al paese e a tutto il territorio dalla presenza della zona archeologica denominata “Muraglie di Annibale”. Per correttezza bisogna affrettarsi a precisare che tale antica struttura non ha un sicuro rapporto diretto con Annibale. Resta certamente una testimonianza molto eloquente della presenza Bruzia espressa tra l’altro con un valido sistema difensivo a fronte della fascia costiera ionica congiungente i fiumi di Trionto e Nicà. Mura ciclopiche, blocchi di pietra ben squadrati, costruzione realizzata con arte e maestria autorizzano a pensare che già nel IV – III secolo a.c. la zona, il territorio di Pietrapola aveva origine e vita e si esprimeva con attività e realizzazioni degne di comunità organizzate ed efficienti. Non mancano testimonianze di insediamenti più antichi di popolazioni indigene e di emigrati dalla Grecia attraverso la floridezza di Sibari e risalenti all’ottavo secolo a.c. Di tale periodo preellenico sono documentazione archeologica di inestimabile valore i resti della necropoli in località Spinaro e la tomba del Gigante in località Spinetta. Dell’epoca romana non abbiamo né documentazione, nè vestigie, ma una indiretta testimonianza di valenza storica ci viene fornita dalla grande arteria stradale, fatta costruire dall’Imperatore Traiano, lungo la nostra costa ionica, che congiungeva Taranto a Reggio Calabria. Questa, come del resto, tutte le altre grandi famose strade di Roma, aveva originariamente caratteristiche e scopi militari, ma è altresì innegabile e naturale che tali vie di comunicazioni col tempo e con l’uso sempre più frequente ed articolato diventassero di interesse generale per i traffici e gli scambi delle popolazioni non solo di quelle della pianura, ma anche e principalmente di quelle indigene raccolte in agglomerati internati sulle colline e più in alto come Pietrapaola. Lungo questa strada, che non è di poca importanza per essere il prolungamento della più nota via Appia, erano dislocate le cosiddette stazioni itinerarie: posti ben attrezzati per il ristoro, lo scambio di uomini, bestie e mezzi e più ancora oasi di quella civiltà che Roma non disdegnava di espandere con le sue conquiste. Nel territorio di Pietrapaola e precisamente negli anni sessanta durante la costruzione del villaggio dell’OVS, in quello che è chiamato Borgo di Pietrapaola, sono venuti alla luce ruderi ed interessanti suppellettili che gli esperti hanno fatto risalire all’epoca della denominazione romana ed appartenenti appunto ad una consistente stazione itineraria. L’intervento della Sovrintendenza alle Antichità di R.C. ha privato Pietrapaola di ogni vestigia dei reperti archeologici che sono andati ad arricchire il museo di quella città e della nostra regione. La fine dell’impero romano portò anche nelle nostre terre le orde barbariche con la loro furia devastatrice. Prima i Vandali, poi i Goti di Alarico ed infine i Longobardi hanno seminato distruzione e morte ed hanno costretto le popolazioni a cercare rifugio sui monti nei centri abitati già esistenti come Pietrapaola o creandone nuovi. Per oltre sessanta anni la Calabria conobbe senza interruzione e con acredine  la guerra goto-bizantina che privilegiò  la nostra zona per via della vicinanza con Rossano e la Valle del Trionto, teatri di violente battaglie tra Totila e Belisario e Narsete. Ricacciati i barbari nel resto della penisola, nella nostra terra prese a riapparire un mondo, una civiltà che sapeva di antico e di nuovo: l’antico ellenico magno-greco ed il nuovo della ricchezza bizantina . Gli storici si chiedono: nel nostro territorio si conservò e si continuò un grecismo magno-greco oppure vi fu qualcosa di veramente nuovo importato ed instaurato con mutamenti di costumi di vita e di lingua ad opera di una organizzazione forte e benemerita quale è stato il monachesimo basiliano? L’una e l’altra cosa! A proposito di monachesimo non si può non riconoscere che la presenza nel territorio, specie in zone impervie e solitarie, di grotte appositamente scavate, faccia pensare e confermare ad una forma diffusa dicenobitismo e di eremitaggio. Dall’ VIII al X secolo la presenza a vario titolo dell’elemento greco bizantino sul territorio Calabrese ed in particolare nella zona di Rossano e di riflesso di Pietrapaola, ha reso possibile un crescente progresso di assimilazione sia in campo linguistico che in quello religioso e del modo di vivere. La nostra gente accolse con generosità gli scampati fuggiaschi della persecuzione iconoclasta ed anche gli scacciati dagli arabi conquistatori della Sicilia e ne rimase contagiata. Per le nostre zone furono dei veri trapianti di popolazioni, di monaci, vescovi e preti che portarono indiscussi benefici alle popolazioni indigene. Dal secolo X in poi e per ben sei, sette secoli si verifica un intensificarsi delle scorrerie dei saraceni che non solo portarono stragi e rovine nelle città costiere ma anche all’interno nei piccoli paesi di collina e montagna come Pietrapaola. Erano spinti non tanto dalla brama di conquiste territoriali quanto dall’avidità di razziare e fare bottino di tutto e prelevare il maggior numero di prigionieri da vendere come schiavi o per i più abbienti da trattare per il riscatto. Afferma il Lenormanti “ Il fanatismo religioso si univa nei Musulmani alla sete di preda e li spingeva a delle devastazioni senza nome nelle province cristiane che essi non speravano conquistare”. Pietrapaola varie volte conobbe la furia delle scorrerie saracene, ma la più grave, e fu l’ultima, è stata quella dell’undici luglio del 1644, ricordata da una incisione latina su una pietra della ricostruita Chiesa che così suona: “ Die II IULII 1644 templum et oppidum hoc turcarum classis devastavit”. Fenomeno altrettanto dannoso per le popolazioni di questi nostri piccoli paesi è stato il feudalismo. Le terre, così venivano indicati i comuni, passavano da una signoria all’altra per via di matrimoni, di donazione, di confische e venivano affidate ad amministratori esosi che angariavano tutti uomini e donne, piccoli e grandi per la realizzazione di massimi profitti. A causa delle continue angherie e del fiscalismo oppressivo intere popolazioni, vinte dalla disperazione, abbandonarono financo i loro paesi. Tale fenomeno di abbandono del castro si è verificato a Pietrapaola e ne siamo venuti a conoscenza da un ordine della R. Curia del 1274 tendente ad accertare se effettivamente il Castro di Pietrapaola fosse rimasto da anni abbandonato e disastrato. Non mancano dentro e fuori del centro urbano elementi che richiamano epoche storiche diverse: Il sito occupato attualmente dal camposanto era l’area del Convento domenicano con annessa la chiesa di Santa Maria Iacobi; convento soppresso nel 1652 e, negli anni seguenti, unitamente alla Chiesa, andato in distruzione. La chiesa dell’Annunziata sorgeva dove ora è innalzato il monumento alla Madonna. Esiste tuttora la chiesetta detta di S. Biagio, ma di proprietà privata e risalente al 1600. L chiesa matrice, che è intitolata a S. Maria delle Grazie, è stata ricostruita nella prima decada del 1900 e decorata da discepoli della scuola del famoso Capobianco che aveva già lasciata la sua impronta nella Cattedrale di Rossano. Nella parete frontale affascina un meraviglioso rosone scolpito in pietra viva del posto; adiacente sempre alla chiesa troneggia un arco medievale con la scritta “UNIVERSITAS”, antica vestigia della municipalità pietrapaolese. Di recente sono state riprese le strutture esterne ed interne in particolare il tetto a cassettoni. La torre campanaria oltre a reggere due grosse ed eccellenti campane liturgiche, serve anche da orologio pubblico che rintocca i singoli quarti d’ora della giornata. Nella sacrestia della chiesa Matrice si conserva un antico artistico crocifisso ligneo di non trascurabile valore. Non abbondante ma significativa, l’argenteria parrocchiale e consiste in una croce a stilo processionale, un ostensorio, un calice e un secchiello con aspersorio per l’acqua lastrale. Questi oggetti datati al 1700 provengono dalla rinomata fabbrica di argenteria napoletana che nei secoli scorsi ha arricchito le chiese del meridione e non solo. A proposito del Santo patrone della comunità di Pietrapaola bisogna fare delle doverose precisazioni. Pietrapaola ha due copatroni: San Domenico di Guzman che si celebra il 4 agosto e S. Maria di Giacomo al martedì dopo pasqua. Ma chi è S. Maria di Giacomo? E’ una donna del Vangelo,  la madre dell’apostolo Giacomo. Una singolarità: non c’è paese al mondo che veneri, come Pietrapaola, questa eccezionale creatura evangelica. Il circondario ha sempre coltivato la devozione alla Santa e le famiglie pietrapaolesi tutte hanno sempre chiamato una componente col nome Giacoma, per onorare la protettrice. Il territorio comunale di Pietrapaola non è solo una più o meno ricca ricerca e raccolta di richiami dell’antichità che inorgoglisce il presente e da vigore al futuro, ma è anche un ambiente geografico vivo e palpitante dove l’ecosistema della sua macchia mediterranea trova nell’esame e nell’osservazione della sua flora l’esplosione di una natura baciata dal sole ed accarezzata dal clima che è soltanto mite. Per approfondire questa ultima osservazione, sento il dovere di rinviare, quanti ne hanno voglia, ad un lavoro degno di grande encomio realizzato nell’anno scolastico 93/94 dalla Scuola Media di Pietrapaola sotto la guida del Dirigente scolastico Prof. Luciano Crescente e la collaborazione delle Professoresse Rita De Madolis e Flora Tedesco. Un lavoro di ricerca sulla flora del territorio pietrapaolese corredato di splendide foto e precise e scientifiche definizioni e didascalie; un lavoro che merita ampia diffusione. Ci sarebbe tanto ancora da dire su Pietrapaola. ad altri il compito!

Mons. Alfonso COSENTINO