Comune e Servizi

Usi costumi e tradizioni

Con il passare degli anni, a Pietrapaola, come in altri piccoli centri della nostra regione, si è perso il gusto o, forse, anche la voglia di mantenere vive le tradizioni popolari. Una volta a Pietrapaola, il pane era preparato in casa. Il giorno prima le donne cernevano la farina, si procuravano “u criscente” e poi impastavano in un angolo della madia la farina ed il lievito sciolto nell’acqua. L’impasto si lasciava riposare per qualche ora. Dopo la prima lievitazione, per verificare la lavorazione ne prendevano una piccola porzione cosiddetta “a strazzata” e la cuocevano in forno. Si passava poi alla “scannatura” e si modellavano pane e biscotti che si lasciavano ancora lievitare prima di essere “’mburnati” e dopo la giusta cottura si “sfurnavanu”. Il pane veniva conservato sulla “cannizza”, un sostegno di canne attaccato con delle corde alle travi del soffitto. Mentre si preparava il pane ogni estraneo che entrava come augurio di buona riuscita del lavoro doveva dire “Santu Martinu” e al posto di domandare se avevano finito si doveva usare l’espressione “aviti crisciutu”.
Anche uccidere il maiale e successivamente “sciasciare” cioè disossare e preparare i salumi, era motivo di incontro e di festa per molti ma con regole ben precise e rispettate da tutti.

 Modelli di Vita Contadina

I modelli di vita contadina del passato, erano diversi da quelli d’oggi. Le famiglie erano molto numerose, il capo famiglia si alzava molto presto e andava nella stalla a preparare il "mastumastu" da mettere sull’asino e portava con sé il cibo nella “vertula” e gli attrezzi da lavoro. Tornava in paese al tramonto e poi si attardava a chiacchierare con i vicini di casa bevendo magari un buon bicchiere di vino. Le donne seguivano i loro uomini nei lavori dei campi. L’asino era il compagno sempre presente per il contadino.
I viveri si conservavano in una grotta scavata nella roccia viva chiamata “catoio”.
In paese erano presenti molti forni pubblici. A turno le donne vi portavano le fascine, “sàrcine” e la farina, poi lì trovavano l’occorrente per fare il pane. Erano presenti nel forno: “a mailla”, “i circi”, "u crivu", "e tuvaglie", "a pala".


A cottura ultimata il pane era portato a casa in una grande cesta realizzata con le canne “sporta”."Panari e ciste" in vimini - "Cistelle" realizzate con lo stelo del grano Altri contenitori per biscotti e altri prodotti infornati erano "i panari e ciste" e le "cistelle"realizzati in vimini e fatti interamente a mano,partendo con la pulitura del vimine (rami della ginestra).

          "Crivu e Favuce"               Pulitura dei vimini

Allora...... Misurare non era difficile

Ai tempi dei nostri nonni e bisnonni, per misurare il peso del raccolto (grano, favette, fagioli, cereali in genere, olive ....) si usavano appositi contenitori.
Erano costruiti con il legno, a doghe, trattenuti insieme da una fascia di ferro nella parte inferiore ed una in quella superiore, La misurazione era così suddivisa:
- “Tumminu”                                    = Kg  40;
- “Menzullu”                                     = Kg  20;
- “Quartu”                                        = Kg  10;
- “Stuppellu”                                   = Kg    5;
- “Mezzu Stuppellu”                       = Kg  2,5.           

Per il trasporto del mosto o del vino, invece si usavano dapprima gli “utri”, fatti di pelle di capra o di pecora, sostituiti poi dai barili di varie dimensioni. Oltre al vino i barili servivano per trasportare l’acqua dalle fontane fino in casa. Un barile conteneva fino ad un massimo di 50 Kg. I barili dell’acqua, erano messi in una specie di stipo incavato nel muro chiamato “varrilara” e da lì si attingeva l’acqua per tutti gli usi. Solo per  bere, l’acqua veniva attinta con un contenitore detto “lincella”. Per il trasporto dell’acqua in campagna, si usava il barile di legno dalle dimensioni più piccole, oppure, contenitori di creta detti “gummule”.  
"Sporte, 'mpagnate, terzaluri, pisarre"
Altri contenitori usati per i liquidi erano i “menzetti” e le "'mpagnate" (bottiglioni di vetro rivestiti di vimini o canne).
Per conservare l’olio si usavano contenitori di rame o di creta chiamati “pisarre”.
Per la conservazione della carne del maiale salata e di altri alimenti si usavano i "terzaluri" recipienti in terracotta.
Altri contenitori erano: “Fressure”, “Cassarole”, “Quarare”, “Conchette”.
Ovviamente l’artigianato ed i mestieri più diffusi erano legati a questi contenitori indispensabili per il vivere quotidiano di una famiglia. Questi, oggi purtroppo scomparsi, erano: “Varrilaru”, “Quarararu”, “Vasillaru”. 

Proverbi

Né de venneri e nè de luni
un te movire e ru fullune.

Di venerdì e di lunedì
non muoverti da casa.

Ohi cummà ca domani ti ‘mmitu,
portite u pane cu meiu è mucato,
portite u vinu cu meiu è acitu,
veni cummà ca domani ti ‘mmitu.

Senti comare domani ti invito,
devi portarti il pane perché il mio è guasto,
devi portarti il vino perché il mio è aceto,
vieni comare che domani ti invito.

Quannu chiove e tira ventu
Tu ‘mbaru eiu comu fare,
po ti mindi allu straventu
lasse chiovare e nivicare.

Quando piove e tira vento
T’insegno io come devi fare,
ti metti in un posto al riparo  
poi, lascia che piova e nevichi.

Chine u ‘ssimine u ‘mmete.
Chi non semina non miete.

Se vo jiri in pezzenterie
Manna a fare e nun ci jire.

Se vuoi cadere in disgrazia
Devi mandare a fare le cose tue, e, non andarci tu.

L’amicu ca un ti rispunnu ‘mprima vuce,
si vira ca u cantare ulli piace.

L’amico che non ti risponde subito,
vuol dire che quello che hai detto non gli piace.

Chine simmine spine
U jisse scavuzu.

Chi spina semina
Scalzo non deve andare

GIOCHI DI TANTO TEMPO FA

“CUCCHIARA E CUCCHIARELLE”

E cucchiara e cucchiarelle
Quannu passe la ‘cchiù bella
A ‘cchiù bella e tutti quanti
Passa arreti e passa avanti;
E’ passatu nu gran signure
Fare l’amuri nun si pò ò ò,
è passatu u figliu e ru Re
una, rue e tre.
 

Questa filastrocca veniva cantata durante il gioco “cucchiare e cucchiarelle” che si svolgeva così: un gruppo di bambini si disponeva in fila per uno; all’estremità della fila due bambini univano le loro mani formando un ponte, sotto il quale passava la fila. Quanto finivano di cantare la filastrocca, i bambini che formavano il ponte abbassavano le mani bloccando il bimbo che era sotto in quel momento, chiedendogli di scegliere il loro nome (che in precedenza avevano stabilito o di frutta o di un oggetto). Il bambino sceglieva e si metteva dietro a quello scelto: Chi aveva più bambini dietro, vinceva.

E PRUTE 

Si gioca con 5 pietre rotonde dette “cuculille”:
1. Si mettono a terra 4 pietre, una si     lancia in aria
e si prende nella stessa mano;
2. Si mettono per terra, tutte le pietre e si lanciano
in aria in ordine numerico (prima, seconda...) e si prendono sempre con la stessa mano;
3. Le pietre si mettono a terra e si lanciano in aria
e se ne prendono tre;
4. Si ripete il numero 1;
5. Poi si mettono a terra possibilmente in fila: fare con il pollice e l’indice sinistro un arco per terra
e si spingono dentro le pietre; 
6. Dopo ad una ad una si lanciano le pietre in aria
e si devono prendere sui palmi delle mani unite.

PIZZU E MAZZA

Si prende un bastoncino di circa 40 cm (mazza) e si leviga per bene, se ne prende un altro lungo più o meno 20 cm (pizzo), si leviga e si appuntisce da entrambi i lati. Il gioco si svolge cosi:
1. Si deve fare un incavo nel terreno dove si posiziona il pizzo con la punta
la punta all’infuori,
2. Con la mazza si dà un colpo secco sul pizzo per allontanarlo più possibile,
3. Poi si danno altri 3 colpi sul terreno dicendo questa filastrocca: “Pizzu e mazza pane e sozizza”,
4. Poi si colpisce il pizzo con la mazza per farlo andare il più lontano possibile.
Questa distanza viene misurata usando la mazza, vince chi accumula di distanza

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